Murales

I murales di CASTEL DEL BOSCO di ROURE

27 murales sulla STORIA DEL PANE

La storia del pane
Il grano, la segale, il granet, venivano seminati in autunno nei campi dissodati con l'aratro o con la zappa. In primavera si provvedeva alla pulizia del campo dalle erbacce. Il grano veniva tagliato a fine luglio inizio agosto con la falce, o con la roncola e poi lasciato ad asciugare sul campo e raccolto in covoni.
La trebbiatura, avveniva sull'aia oppure nel fienile. Si utilizzava il correggiato (cavalio). La cavalio è formato da due bastoni legati tra di loro con una fettuccia di cuoio, il bastone più corto colpiva i covoni, disposti a raggiera con le spighe nel centro, azionato dal bastone più lungo impugnato dal battitore che, con un colpo secco, gli imprimeva un movimento rotatorio.
Si utilizzò in seguito la macchina trebbiatrice che veniva azionata facendo ruotare con due manovelle collegate a un tamburo dentato che rompeva le spighe staccando i chicchi. La pulizia del grano avveniva col ventilabro, che veniva azionato a mano tramite una manovella che faceva ruotare una ventola. L'aria prodotta eliminava la pula mentre una griglia selezionava altri elementi estranei dai chicchi di cereale. L'operazione di pulitura dei cereali avveniva più anticamente effettuato dalla madre di famiglia utilizzando il capisteo, cesto tondo largo e piatto con un basso bordo degradante. Con movimenti ben congegnati i chicchi venivano sollevati e la pula più leggera era portata via dal vento. La pulitura veniva completata mediante una cernita a mano.

Il mulino
Il mulino di Castel del Bosco è cosiddetto a rouet.
E' formato da due macine orizzontali sovrapposte. Quella inferiore è fissa, quella superiore viene fatta ruotare mediante un albero verticale collegato ad una ruota a palette sottostante azionata dal flusso dell'acqua. Il movimento rotatorio permette di ridurre in farina il grano introdotto attraverso una tramoggia nel foro centrale della macina, la farina così prodotta cade in una sottostante cassa in legno (mait) da dove viene poi prelevata e introdotta nel buratto per la separazione dalla crusca.

Come si da il Pan Fournia'
La sera si impasta la levata (impasto del giorno precedente) con un po' di farina e di acqua, si lascia riposare tutta la notte. Il mattino seguente si impasta la pagnotta lievitata con la restante farina, acqua, e sale grosso sciolto in acqua, si lascia riposare l'impasto fino a lievitatura completa (circa due ore). Il forno viene riscaldato facendo bruciare della legna. Si ripulisce il forno con un lungo bastone dotato in cima di una lama ricurva, successivamente si usa l'eicoubas, lungo bastone con listelle di stoffa. Si inforna deponendo le forme su una paletta di legno con lungo manico e facendole scivolare con un colpo secco sul piano del forno, si attende la cottura senza aprire lo sportello per 1 ora circa. Per i bambini si facevano pupazzi di pane, ciambelle e torte di pane con all'interno mele tagliate a fette. Per la festa del Santo patrono pagnottine a forma di Croce venivano decorate con fiori freschi, benedette durante la S. Messa e distribuite ai partecipanti.


I murales di RORETO di ROURE

34 murales sui mestieri artigianali

La montagna, un tempo assai più popolata di ora, offriva ai suoi abitanti la possibilità di sopravvivere con semplicità e grazie ai tanti mestieri che richiedevano, in un mondo non ancora tecnologicamente avanzato, l'esperta manualità del singolo.
Ora le fabbriche, che per produrre maggiori quantità di prodotto a minor costo richiedono ampi spazi e vicinanza con le grandi vie di comunicazione, hanno fatto si che la gran parte dell'attività produttiva si sia spostata a fondo valle lasciando alla montagna solo coloro che maggiormente la amano e che a costo di sacrifici hanno scelto di non abbandonarla. Ricordare con i murales questi antichi mestieri non è per rimpiangere il passato, in realtà oggi le condizioni di vita sono di gran lunga migliori di un tempo, ricordare serve piuttosto per conoscerci meglio, per apprezzare il sacrificio dei nostri padri e nonni nel cammino per il progresso; il rimpianto, se mai, è per la qualità e "l'unicità" di quei prodotti fatti a mano che erano resi preziosi dall'esperienza e dalla capacità artigianale che è ormai impossibile ritrovare nei prodotti confezionati in serie.
E' affascinante scoprire in questa ricerca sul passato, curiosità, aneddoti, sistemi di lavorazione che ci sorprendono per l'arguzia, l'ingegno e anche la forza e capacità di sacrificio ora impensabili. E così ritroviamo il ricordo del lavoro dei fabbri, delle numerose osterie, dai calzolai, degli scalpellini delle numerose botteghe piene di ogni tipo di merce: dallo zucchero al chinino per tutti i mali, dalle borchie per gli scarponi al filo da cucire. Ritroviamo tutti i mestieri ambulanti dal venditore di stoffa, allo stagnino allo spazzacamino all'arrotino...
A Roreto la bealera (gora) che passava nel paese faceva funzionare due fucine, un mulino, una fabbrica di pasta, il mulino del talco e una segheria. Simbologie antiche e atmosfere da fiaba ritornano con la filatura della lana e la realizzazione di cesti e gerle, veri e propri mestieri non si potevano considerare perché venivano svolti un pò da tutti "a tempo perso" quando sopraggiungeva la vecchiaia o era finito il lavoro nei campi. Essi tuttavia conservano tutta la poesia e il fascino della vita di un tempo.


I murales di BALMA di ROURE

34 murales sulle miniere di talco della Roussa

Alla Roussa, a monte di Balma, il prezioso talco fu estratto prima della fine dell'ottocento, a regime di cave e veniva portato a dorso di mulo in Francia.
In seguito l'estrazione avveniva con lo scavo delle prime gallerie utilizzando mezzi rudimentali quali picconi e pale con un lavoro manuale molto pericoloso e faticoso. Si ha notizia della prima denuncia di esercizio nel 1886 da parte della famiglia Jourdan. Vennero così costruiti a Balma, Roreto e Perosa i mulini per la lavorazione.
Il trasporto avveniva con sacchi a spalle e con le slitte guidate perlopiù da donne e ragazzini. In seguito vennero costruite le teleferiche, prima verso Balma nel 1920 poi verso Roreto. Questo provocò l'accesa protesta delle trasportatrici che si vedevano così sottrarre un lavoro pesante ma che costituiva una entrata in più nel bilancio famigliare.
Nel 1927 entrava in funzione la centrale idroelettrica di Castel del Bosco costruita apposta per fornire l'energia necessaria a far funzionare gli impianti di aereazione e i martelli pneumatici nelle miniere della Roussa.
Questo portò a un notevole miglioramento delle condizioni di lavoro e a un incremento della estrazione del talco. Si può dire che il periodo di maggiore splendore si è verificato tra il 1927 ed il 1933 quando si raggiunse il numero di 300 addetti.
Nel frattempo la Società Talco e Grafite Val Chisone, società concessionaria, aveva iniziato la coltivazione del talco in Val Germanasca, lo sfruttamento delle miniere della Roussa non era più sufficientemente remunerativo e l'attività venne via via a ridursi fino al 1963 quando una valanga si abbattè sugli impianti della miniera. Nello stesso anno scadeva il contratto per lo sfruttamento che non venne rinnovato, cessava così di esistere la miniera della Roussa ove generazioni avevano trovato occupazione in alternativa alla forte emigrazione che avveniva in quegli anni.
Occorre però ricordare alcuni aspetti che rispecchiano la forte indole dei minatori della Roussa: Qui le lotte operaie per la conquista dei diritti nel mondo del lavoro ebbero particolare forza, nel periodo fascista l'avversione per il regime era una cosa sentita e neanche troppo celata, infine le miniere furono, nel periodo della lotta di liberazione, un rifugio sicuro per i partigiani.


I murales di VILLARETTO di ROURE

30 murales sull'allevamento del bestiame

Le mucche erano gli animali che un tempo, riguardo all'allevamento del bestiame, costituivano la maggiore ricchezza.
La mungitura del latte si eseguiva a mano e i bambini aspettavano impazienti di bere il latte tiepido e schiumoso munto direttamente nel bicchiere.
Il montanaro utilizzava il latte per la colazione, per le minestre, per ingrassare i vitellini e per fare la "tummo", ottimo formaggio fresco.
Nel prato vicino casa e nel vicolo delle stradine della borgata, galline, oche, papere e tacchini si rimpinzavano di cavallette oltre al becchime fornito dal contadino e costituito perlopiù da patate schiacciate e farina di mais. In primavera le galline deponevano le uova che schiudendosi davano alla luce splendidi pulcini che venivano protetti e accuditi dalla stessa chioccia che aveva covato le uova. La fiera era uno dei più importanti momenti di festa, una occasione per incontrasi con gli abitanti dei paesi vicini, di acquistare quei prodotti che non si trovavano nelle botteghe della borgata oltre, naturalmente, al commercio del bestiame. Altro momento di festa era il giorno di Sant'Antonio, per la benedizione degli animali, che era riservata ai cavalli, muli ed asini. Nelle famiglie a reddito misto le pecore venivano allevate soprattutto per la lana che veniva poi filata col fuso o con il "rouet" mentre la proprietà di un mulo, un asino, o un cavallo per il trasporto o per i lavori nei campi era un lusso che ben pochi potevano permettersi. Nella nostra valle la raccolta del miele d'api, è stato ed è tuttora, una attività praticata da alcuni per uso della famiglia.
Il ritmo della vita era scandito dall'alternarsi delle stagioni.
Alla fine della primavera il bestiame veniva portato all'alpeggio e la transumanza era un evento che faceva accorrere alla finestra tutti gli abitanti per veder passare i pastori, anche provenienti dalla pianura. Il passaggio si preannunciava con il suono dei campanacci appesi al collo delle mucche o delle capre e con l'abbaiare dei cani. Anche le famiglie che avevano poco bestiame durante l'estate salivano alle "miande" che si trovavano in alta montagna per trovare pascoli più freschi, qui era compito dei bambini sorvegliare le mucche al pascolo. Era questa l'occasione di giochi e amicizie tra confinanti che sono tra i più bei ricordi che i nostri nonni ancor oggi portano nel cuore, quel periodo di stenti, sofferenze e duro lavoro diventa, con questi ricordi, il più bello della loro esistenza. In estate a fondo valle si provvedeva al taglio dell'erba per avere il fieno per l'inverno. Un tempo l'erba era tagliata anche negli angoli più impervi col falcetto e raccolta manciata per manciata in una tela legata e imbracciata come uno zaino. In autunno il bestiame, tornato dall'alpeggio, era portato al pascolo nei prati vicini ai villaggi. La stalla era l'ambiente più ampio e importante della casa contadina di un tempo. In inverno, con il freddo e la neve, si trasformava in una piccola "Arca di Noè" le mucche con gli altri piccoli animali convivevano con la famiglia che molto spesso qui cucinava e dormiva.
Nella stalla la sera si teneva la vejà che rappresentava un aspetto di aggregazione sociale non indifferente: era un momento in cui la gente del villaggio si ritrovava, dopo una lunga giornata di duro lavoro.